Un bel giro di fondo del quale, purtroppo, non ho tenuto appunto di percorrenze. Dislivello complessivo minimo (300 metri circa).
Abbiamo lasciato la macchina a Valloch, al Centro Educazione Naturale. Siamo saliti nel paesello cimbro e, tenutolo sulla destra, dietro l’ultima casa, abbiamo preso l’orticatissimo sentiero S.
Quando ho fatto il Corso CAI mi han detto che ultimamente fan le ferrate in modo tale da concentrare subito le difficoltà in modo da scoraggiare gli improvvisati. Qualche volta ho trovato anche sentieri così.
Il sentiero S, che sulla carta è segnato come una mulattiera, in realtà all’inizio ha ben poco della mulattiera, poi si allarga inerpicandosi costante fin ad incrociare la Strada del Taffarel. Il dislivello è praticamente tutto qui!
Sulla sinistra prendiamo il primo segnavia R ma, incuriositi da una grossa dolina e fermandoci ad ascoltare le evoluzioni e il repertorio pressoché infinito di un usignolo, finiremo per perderlo e dover ritornare sui nostri passi. Il traverso del Pian Grande profuma di bestie. Il posto è piuttosto selvatico: non incontriamo che impronte di cervi e caprioli. Sbaglieremo nuovamente (facendo sospettare ad Andrea d’aver passato le serate all’osteria al Buso invece che in sede Cai ad imparare ad orientarmi), proseguendo a destra, seguendo ancora il segnavia R per ritrovarmi a ritornare indietro. Finalmente riprendiamo l’ R che ora si è trasformato in R1 (devo dire che non siam per nulla fortunati quando andiamo da questa parte del Cansiglio… mhf ). ![]()
Sbuchiamo così ad una lama e, aperto il cancello, ci incamminiamo nella strada sterrata fino a che, oltrepassato un altro cancello, prendiamo un pezzettino del Sentiero Alpago Natura e ci godiamo il panorama di Casera Prese immersa nei botton d’oro dalla sommità del Monte Costa dove troviamo una lapide in memoria di alcuni partigiani, lì trucidati.
In due salti siamo a Casera Mezzomiglio, piena di gente perché oramai è ora di pranzo. Non ci fermiamo, anche se la pasta sembra invitante, compriamo mezza forma di formaggio e tagliamo verso il tracciato dell’Altavia Numero 6. Per seguirlo però s’ha da passare attraverso un cancello e dall’altra parte ci sono mucche, cavalli, asini e cinque ragazzi che all’improvviso si mettono a correre verso di noi. Ci fanno prendere un accidenti.
Velocemente saltano il cancello e gli ultimi due, praticamente si lanciano oltre lo stesso. Scopriamo ben presto che tutto questo allarme è stato causato dal fatto che uno dei cavalli aveva deciso di farsi fotografare un po’ più da vicino. In verità, per fare avvicinare i cavalli basta armeggiare con qualsiasi cosa in tasca… ehehe, furbastri loro, polastri gli altri.
Coccoliamo un paio di cavalli in vena di grattini e poi, accompagnati da una tre asine e due asinelli splendidi, andiamo a trovarci un prato tranquillo per far il pranzo.
Peccato per la foschia! Il panorama avrebbe dovuto comprendere Col Visentin, Nevegal, Alpi Feltrine, Pale di S. Martino, Schiara, Pelf, Serva, Pelmo, Bosconero, Dolada e, in primo piano, il Monte Costa… ed invece in primo piano abbiamo
due asinelli che ci guardano incuriositi. Molto discretamente tiriamo fuori il pranzo e la piccola comunità asinina si mette a pascolare un po’ più in là, i piccoli ciondolano assonnati. Dallo zaino sbuca fuori una mela e a fine pranzo, la dividiamo fra le asine: dame educatissime e discrete, davvero delle signore!
Risaliamo così per il prato fino ad arrivare nuovamente alla Casersa Prese con la sua lama rotonda. Rimarremo un po’ lì a guardare le manovre di alcuni mandriani con delle vacche brune. Rientreremo per l’ H3 che, tagliando sotto il Col della Feda, attraversa praticamente tutto il limite Est della Riserva Naturale Integrale Piaie Longhe Millifret. Raggiungiamo il cancelletto attraversando i prati dietro ad una casera tirata su con una baracca e una roulotte, accompagnati da due cavalli. Oggi la va così: camminiamo sempre sotto scorta.
Uno dei due cavalli si diverte ad appoggiare il suo testone ora su di me ora su Andrea, facendoci anche sbandare di tanto in tanto. Ci accompagnano fino alla lama successiva e così entriamo dal cancelletto della riserva. Il posto è silenziosissimo e molto selvatico: una faggeta con rimboschimento d’abete.
Nonostante si proceda silenziosissimamente non riusciamo a vedere nemmeno un animale… mhn che peccato: in Cansiglio è più facile vederli per strada che nei boschi a momenti! In compenso sappiamo noi molto da bestia.
Prenderemo il Torrente Vallorghet, trasformato in sentiero F2, per riprendere la strada del Tafferel e il sentiero S. Avremmo potuto rientrare anche per il Vallone di Vallorch, ma non ci va di star ancora a combattere con l’impluvio del torrente. Siamo quasi fuori che vediamo un paio di caprioli. Ecco, l’avevo detto io: caprioli per i turisti in macchina sono quelli del Cansiglio! Io che vado a cercarmeli per le riserve naturali di loro vedo solo le impronte… ingrati.
Foto: Franci BB
Brevissima storia del Cansiglio – da Wikipedia
Numerose punte di selce fanno risalire le prime presenze umane ad oltre 10.000 anni fa, quando l’altopiano era utilizzato come riserva di caccia.
Il Cansiglio non è citato né nei testi di età romana, né in quelli altomedioevali. La prima menzione risale al 923: in un diploma, l’imperatore Berengario I donava al vescovo di Belluno alcuni territori nei dintorni del Cansillo. Nel 1185, invece, papa Lucio III ribadisce in una bolla i precedenti diritti riferendosi anche al Campum silium. Sulla base di ciò, l’ipotesi più accreditata fa derivare il toponimo da campum in riferimento ad uno spazio coltivato o adibito a pascolo, e concilium, termine latino medievale che indicava non solo un’assemblea locale, ma anche i terreni di uso comune. Si ritiene infatti che le risorse del Cansiglio fossero liberamente sfruttabili da tutta la comunità locale sin dall’epoca longobarda. Altre supposizioni, mantenendo la radice campum, lo mettono in relazione al latino silva (selva, bosco) o al nome di personaggio di epoca romana di spicco, forse un proprietario terriero.
In seguito il Cansiglio fu amministrato dalle regole d’Alpago e queste, nel 1404, passarono con Belluno alla Serenissima. Nel 1548 la Repubblica di Venezia vi insediò un Capitano Forestale che controllasse attentamente lo sfruttamento delle risorse boschive, utili soprattutto alla realizzazione di remi. La cosa ostacolò particolarmente le attività tradizionali, basate sulla pastorizia, e le continue lamentele dei locali portarono alla creazione del Mezzomiglio, un’area dove era permesso il pascolo. In seguito furono emanati provvedimenti sempre meno rigidi, cosa che tuttavia provocò il degrado della foresta.
A titolo di curiosità ed a testimonianza dell’enorme importanza della zona boschiva per la Serenissima: di ogni albero veniva annotata la sua età e la previsione di taglio, erano previste pene severe per i trasgressori inoltre, era legislativamente statuito che la figlia del guardiaboschi del Cansiglio, pur non appartenendo alla nobiltà, potesse maritarsi con l’aristocrazia veneziana.
Caduta Venezia, nel 1797, il bosco decadde ulteriormente perché del tutto indifeso e preda di abusi e sciacallaggi. Passato poi al Regno d’Italia, il Cansiglio divenne proprietà demaniale.


