Non aspettatevi un report che abbia un minimo di attendibilità perché da un “giretto per vedere in che stato siano i sentieri”, che ricordavo bruttarelli, si è trasformato in un bagnetto qui, un altro lì e un altro più avanti.
Da Cimolais ci si dirige verso il passo di Sant’Osvaldo e, proseguendo per circa 2 km si incontra sulla sinistra l’imbocco di una strada secondaria che, superato con un ponticello il torrente Tuara, si snoda poi (hanno rifatto il ponte sull’orrido! chiunque leggesse queste note e potesse darmi qualche informazione in merito sarà graditissimo) sulla sinistra orografica della Val Vajont.
Parcheggiato con comodo si sale subito un sentiero gradinato sulla sinistra che porta al capitello di Sant’Antonio in Zerenton.
Qui l’itinerario si sdoppia (si può procedere per la Casera Cornetto o prendere il 901 e iniziare ad addentrarsi nella valle tenendosi parecchio alto). Il sentiero guadagna leggermente quota tenendosi sempre esposto ( i carpini proteggono un po’ la vista dal salto). Subito incontriamo la placca rocciosa che è stata finalmente attrezzata con un cavo fisso.
La placca è insidiosa perché rimane all’ombra fin tardi e quando la attraversiamo è ancora bagnata, inoltre, esce su un brutto tratto franato dove qualcuno ha tirato, usando un alberello flessuoso, due provvidenziali corde. Rimane comunque un passaggio dove far attenzione. Per completare il momento avventuroso si deve considerare anche che, sostare sulla placca non è affatto gradito alla tenace famiglia di formiche mordaci che ci vive.
Dopo questa primo empasse entomogeomorfologico ci si riporta su terreno più agevole inziando a calare comodamente in diagonale verso il torrente dove, al primo accenno di sabbia ed acqua io trovo la prima scusa (morsi delle formiche, caldo e cambio di pantaloni) per lavarmi.
Arriviamo al primo attraversamento del greto e troviamo un’altra bella distesa di sabbia tiepidina, morbida… accogliente. Non ci mettiamo mica tanto a decidere di fermarci e buttarci dentro al torrente che lì, sotto le pareti incombenti del Cornetto e del Zerten si restringe e offre una splendida e fin troppo invitante pozza d’acqua.
Stiamo così lì a prendere il sole e a seguire le evoluzioni delle farfalle sentendoci per niente a disagio davanti a coloro chi attraversano il guado con difficoltà (c’è moltissima acqua e i sassi son sommersi) e proseguono.
Di specie diverse di farfalle contiamo: Podaliri, Hesperiidae, Melanargiinae, Licenidi, Zygaene filipendulae e anche parecchie che non conosciamo.
Con non poca riluttanza, dopo più di un’ora decidiamo di attraversare il torrente e guadagnare la sinistra orografica dove il sentiero riprende comodo lungo uno zoccolo erboso. Qui si trovano i ruderi della casera Vajont. Il sentiero risale nel bosco ed è lì che troviamo, su un albero, un vaso di fiori.
A casa capiremo che si tratta del luogo dove, meno di un anno fa, è stato ritrovato Andrea Condotta, scivolato durante un allenamento in vista di un Ultratrail.
Arriviamo ad una friabile cengetta stretta dove, alcuni tronchi, ne aiutavano il superamento. Ora c’è una corda da far sicura per destreggiarsi fra i tronchi rovinati e marci ma questa tiene solo me. Salgo tendomi sulla corda sentendola allentatissima, sicché, mentre sale Andrea ispeziono l’ancoraggio.
E per fortuna.
Andrea la tende e questa si scioglie correndomi in mano.
Ecco, diciamo che questo sentiero non è privo di sorprese.
Subito dopo, per non far scendere l’adrenalina accumulata ecco un bello spallone scosceso, esposto e al fin rovinato dal ruscellamento, che costringe ad una ripida discesa su fanghiglia mista a sassi, ora sicuri, ora pericolanti. Arriviamo così alla sorgente dell’acqua benedetta e subito dopo si ridiscendiamo verso il guado per riprendere nuovamente la sponda opposta.
Mentre io ed Elisa rimaniamo sulla sponda opposta in cerca di un luogo più facile per guadare, troviamo una bella cascata ed un’ulteriore bella vasca al sole. Il mal di testa di Elisa sarà la scusa definitiva per decidere di fermarsi un momento per decidere se proseguire o meno.
Mentre io ed Eli facciamo il punto della situazione nevralgica Andrea s’è ben che buttato sotto la cascata.
Stiamo un po’ lì ma il mal di testa di Eli sembra proprio destinato ad aumentare. Decidiamo così, provvidenzialmente, di fermarci un po’ e poi rientrare.
Le truppe italiane in ritirata dalla Val Cellina lasciano l' 8 novembre 1917 una retroguardia sul passo di S. Osvaldo sovrastante Cimolais , ultimo colle verso la valle del Piave. Lo sbarramento del S. Osvaldo trovava i capisaldi sul Monte Cornetto ed il Monte Lodina e per questo motivo i tedeschi tentarono l' aggiramento a destra ed a sinistra, attraverso Forcella Lodina ed attraverso casera Ferron .
Durante questa operazione, risalendo verso Forcella Liron e la Val Vajont , precipitò il capitano Goessler , comandante del reparto, scivolato sulle rocce innevate per la stagione. Chi effettuò l' attacco frontale risolutore fu il tenente Rommel , futura volpe del deserto, con l' appoggio dell' artiglieria e delle mitragliatrici. In questo assalto rischiò la pelle egli stesso , come ricorda nel suo libro "Fanterie all' attacco" ( Ed. Longanesi ) e per il fuoco di fucileria dovette velocemente ripararsi fra le sbrecciate mura di una chiesetta poco sotto il passo. Vinte le ultime resistenze, la strada per la valle del Piave era aperta. Rommel si lanciò avanti manovrando audacemente, superando il baratro del Vajont ; alla sera del 9 novembre si attestò sotto Longarone per tagliare la ritirata agli ultimi italiani del 4° corpo d armata che rifluivano dal fronte cadorino.
Il blocco della Valle del Piave era cosa fatta la mattina del 10 (ore 7).Così scriveva nel bollettino del 10 novembre 1917 il tenente Rommel, che con poche truppe aveva accerchiato le retroguardie della quarta armata italiana in ritiro dal Cadore: «200 ufficiali. 8mila uomini. 20 cannoni da montagna. 60 mitragliatrici. 250 carri carichi. 600 bestie da somma. 12 camion. Perdite 1 morto, 1 ferito grave, 1 ferito leggero. Tempo soleggiato, sereno, freddo».
Provvidenzialmente perché, una volta usciti dalla Val Vajont veniamo accolti da un vento sospetto che non fa presagire nulla di buono. Incastrati come siamo dentro la valle non possiamo vedere l’evoluzione del tempo ma una volta usciti e arrivati sulla spiana della Val Cimoliana vediamo cosa si stia girando sul Cornetto: delle nuvolacce nere, nere. Basterà arrivare proprio all’uscita della Val Ferron per capire che è proprio il caso di non indugiare ed andare di corsa a casa. Tre chilometri di galleria del Fara a passo d’uomo con dei cretini che urlavano e suonavano il clacson. Elisa invece, per fortuna, è crollata a dormire.
Dai miei taccuini
Anello del Monte Cornetto
Prima nell’agosto del 1990 con tutti i Branca. Ore di cammino 7,30. (Se tengo presente che Kappa aveva appena tredici anni mi vengono i capelli viola! Mica per la coscienza del pericolo alla quale la esponevo, ma per il dispiacere di non averla più vista continuare a frequentare le montagne)
Seconda in autunno del 1994. E’ stata una giornata talmente odiosa che nel mio taccuino non vi è che il timbro della Casera, due note per l’acqua e nemmeno la data. Dopo quella sconosciuta data son passati, dopo proprio quell’ultima uscita, son passati nove anni prima che io tornassi a cercare gli scarponi in cantina. E di questo ringrazio Giulia e la sua Ruis.


